Dolce o salato? Personalità e gusti alimentari.
''De gustibus non est disputandum'': il detto latino che si può tradurre come ''Tutti i gusti sono gusti'', riconosce la legittimità dei più diversi orientamenti nelle scelte alimentari e nelle preferenze dei cibi.Questa libertà si manifesta nella grande diversità di abitudini tra le culture e tra individui diversi.Ma le nostre preferenze alimentari sono dettate da motivazioni esclusivamente funzionali (cerchiamo gli alimenti che servono all'organismo) o riflettono la nostra psicologia individuale, il nostro stile di vita, la nostra personalità?
In particolare per quanto riguarda il ruolo svolto dagli aspetti psicologici e quindi dalle variabili di personalità possiamo sottolineare che già dal 1943, con il lavoro di Lewin, si iniziò a cercare di identificare come si modificavano le abitudini alimentari in relazione alle esigenze del periodo bellico. Negli anni successivi, soprattutto negli Stati Uniti, hanno avuto grande rilevanza gli studi sull'alimentazione legati in particolare ai disturbi alimentari. In seguito, le numerose ricerche sviluppate negli anni '80 e '90, hanno evidenziato che la formazione delle preferenze e abitudini in ambito alimentare è il risultato di un complesso sistema di elaborazione personale, le cui molteplici componenti comprendono le caratteristiche sensoriali degli alimenti, la qualità, gli aspetti salutistici, la varietà e la novità, il costo, le abitudini familiari e le considerazioni etiche.
Considerando in modo specifico il ruolo svolto dalle caratteristiche sensoriali ed in particolare dal gusto, è bene sottolineare che i vari gusti evocano contesti emozionali abbastanza diversificati, che possono trovare maggiore o minore rispondenza con disposizioni sogettive diverse. Il dolce è tenero e infantile, il piccante è stimolante e attivante, il salato e l'acido danno una sensazione forte che si estende all'ambito dell'aggressività, l'amaro si associa spesso a spunti depressivi ed espiatori (la medicina per essere percepita come efficace spesso deve essere amara...).
In particolare per quanto riguarda l'orientamento verso il gusto dolce o salato, secondo una ricerca condotta negli anni '80 dagli studenti di Psicologia dell'Università Cattolica di Milano, sembra associarsi a tratti di personalità e stili di vita ben differenziati.
Da quanto emerso, chi preferisce il salato ha generalmente più energia, assertività, dinamismo, estroveresione, intraprendenza; da un punto di vista relazionale è caratterizzato da tratti come decisione, sicurezza di sè, autonomia, franchezza; sembra avere un atteggiamento più razionale-funzionale verso l'alimentazione e cerca gratificazione attraverso cibi croccanti con tonalità gustative decise e vivaci. I cibi salati vengono consumati di preferenza in compagnia di amici o in famiglia.
Chi preferisce il dolce, più spesso mostra codici di tipo femminile, improntati all'affiliazione, alla dipendenza, alla ricerca di un contesto caldo e protettivo, alla donatività (il regalo alimentare è tipicamente costituito da dolci), con una certa tendenza all'introversione e alla ricerca di apporti consolatori. L'alimentazione è in queto caso maggiormente caricata di valenze emozionali e vengono ricercate sensazioni intense ma tranquille, calde e avvolgenti, spesso con connotazione di trasgressione e di regressione infantile. I cibi dolci tendono ad essere consumati da soli in misura superiore a quelli salati.
Tratto da ''Tipi d'oggi - Profili psicologici di ordinaria bizzaria'' Dogana F.
Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it
domenica 28 gennaio 2018
lunedì 26 settembre 2016
Il gusto: come si sviluppa e come influenza le nostre scelte alimentari
Cosa influenza la nostra percezione del cibo? Le caratteristiche legate
strettamente agli alimenti come sapori, profumi, temperature e consistenze, colori
e aspetto, ma anche tutte le sensazioni che accompagnano ogni esperienza
nutrizionale come per esempio suoni, abitudini, esperienza pregressa, emozioni
e stato d’animo. Il sapore di un alimento non è infatti una modalità sensoriale
definita: le papille gustative mediano la cosiddetta "sensazione
gustativa" o gusto di un alimento, ma in realtà si tratta di una
percezione cosciente che integra le modalità sensoriali del gusto e
dell’olfatto, e le caratteristiche ambientali in cui si vive l’esperienza.
Se pensiamo alle differenti abitudini culturali in ambito nutrizionale
(per esempio cibi più saporiti e piccanti in India o nel Sud America), possiamo
facilmente renderci conto come le papille gustative siano in grado di abituarsi
a certi sapori che diventano familiari e come invece vengano stimolate sempre
da sapori nuovi o inconsueti. Ponendo attenzione all’educazione alimentare rivolta
ai bambini ma anche agli adulti in ambito riabilitativo è estremamente
interessante rendersi conto che le papille gustative possono essere ‘’educate e
ri-educate’’ ai sapori.
Ma vediamo come si sviluppa appunto il gusto.
Gli organi di senso
si sviluppano già a 8 settimane di gestazione e alcuni studi hanno mostrato che stimolando i recettori del gusto si
registrano delle specifiche reazioni in termini di espressioni facciali in un
feto di appena 27-28 settimane. Quindi si può affermare con certezza che già
nel grembo materno il bambino è esposto a diversi gusti: i composti che hanno sapore sono presenti in
ciò che mangia la mamma e passano nel liquido amniotico alimentando il feto. Se
il piccolo viene abituato a determinati sapori una volta nato tenderà a
prediligere quei sapori, per cui l’educazione gustativa del nascituro
comincia già nell’utero materno.
Anche il latte materno, come il liquido amniotico, ha la caratteristica
di conservare e trasmettere al piccolo le caratteristiche organolettiche dei
cibi ingeriti dalla mamma. Alcuni studi evidenziano come i bambini allattati al
seno, essendo abituati ad un più ampio spettro di gusti (derivanti appunto dalla
dieta della mamma), siano più propensi ad accettare un nuovo vegetale alla
prima presentazione durante lo svezzamento rispetto ai bambini allattati
artificialmente (anche se nutriti con bevande addizionate di varie sostanze).
I bambini tendenzialmente hanno una predilezione per il dolce, il grasso
e il salato e una netta repulsione per l’amaro e l’astringente (per questo
tendono a rifiutare le verdure). Ma è
bene sapere che tra i 6 e i 12-18 mesi si possono stimolare nella maniera
più opportuna i recettori gustativi del piccolo e ampliando il suo orizzonte
gustativo si potrà abituare il bambino alla varietà nel sapore e quindi
alla varietà del contenuto nutritivo dei cibi. Proporre presto le verdure
più varie aiuta per esempio a rendere familiare il gusto amaro, così come
quello aspro utilizzando la frutta fresca e naturale. Tra i 18-24 mesi si
presenta quella che viene definita ‘neofobia alimentare’, il piccolo tende a
delineare i propri gusti e tendenzialmente rifiuta nuove proposte. In
questa fase è bene non assecondare esclusivamente le certezze richieste dal
bimbo ma continuare a proporre una buona varietà di alimenti giocando sulle
consistenze, cotture e presentazioni che lo possano incuriosire.
Man mano che il piccolo cresce si arriva al periodo della scolarizzazione,
che coincide con l’autonomia nell’alimentazione. In questa fase diventa importantissima
l’educazione alimentare, sia a casa che a scuola: ricoprono un ruolo
essenziale l’imitazione e quindi l’influenza di compagni e educatori. La sperimentazione
a scuola diventa esperienza o consolidamento di abitudini alimentari che
agiscono anche sulle pratiche alimentari proprie della famiglia.
Come avviene la maturazione del gusto? Intorno ai 20 anni le papille iniziano a consumarsi e
la percezione dei sapori è meno forte: si iniziano ad apprezzare gusti più
amari e decisi (es. birra, vino, caffè). Nel
corso della vita, a seconda di ogni fase, nei momenti di salute o malattia,
nei periodi più stressanti o in relazione ai livelli ormonali ci sono dei
momenti in cui le papille gustative sono più sensibili o viceversa che non aiutano
la percezione dei sapori. Tutte queste variabili influenzano le scelte
alimentari (cibi più piccanti o più elaborati, o viceversa cibi più dolci o
semplici,…). Nella terza età
generalmente si iniziano ad attenuare gli stimoli sensoriali e diventa ancora
più importante non farsi guidare solo dalla ‘gola’ ma ragionare sui cibi e i
condimenti che fanno meglio all’organismo.
Ovviamente, per quanto detto prima, se nel corso della vita
l’individuo ha mangiato vario sarà più facile che il pannello di scelte sarà
più ampio e più sicuro per il benessere dell’organismo. Ma è bene tenere
presente che, in qualsiasi momento della
vita e a qualsiasi età, la consapevolezza e la voglia di sperimentare sono due strumenti che possono
sempre aiutare a migliorare le scelte a tavola.
Laura
Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it
Un buon rapporto con il cibo si costruisce da piccoli
Una
buona educazione alimentare, cioè la costruzione di un sano rapporto con il
cibo e la proposta delle migliori scelte a tavola, è fondamentale per tutto il
periodo dell’infanzia, a partire dallo svezzamento fino all’adolescenza.
Sempre
più spesso in ambito scientifico si sottolinea quanto le abitudini alimentari
acquisite durante l’infanzia abbiano un’influenza diretta sul metabolismo dei
bambini. Ecco che diventa essenziale indicare ai piccoli le corrette scelte
nutrizionali in modo da prevenire alterazioni metaboliche e patologie correlate
(disfunzioni ormonali, sindrome metabolica, diabete, ipertensione, …) e i
disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, …).
Cosa
influenza l’acquisizione delle abitudini alimentari nel bambino? L’ambiente in
cui il piccolo vive (famiglia e scuola), le caratteristiche culturali del Paese
di origine e infine una componente personale di base caratteriale (apertura
alle novità e alla sperimentazione) o genetica (presenza di allergie o
intolleranze per esempio).
Per
quanto riguarda l’ambiente in cui cresce il piccolo bisogna considerare che fin
dai primi mesi per ogni bambino la mamma e il papà sono il principale punto di
riferimento, anche per quanto riguarda l’alimentazione. Spesso le prime scelte
alimentari dedicate al piccolo sono bilanciate e controllate dal Pediatra ma è
bene tenere presente, soprattutto man mano che il bimbo cresce, che è proprio a partire da quello che la mamma e il papà mangiano
durante la giornata, dalle reazioni che i genitori hanno a tavola (atteggiamento sereno o ansioso, deciso o irritato) e
dalle regole che vengono impostate in famiglia, che il bambino costruisce il
suo rapporto con il cibo.
Durante la crescita anche la scuola arriva
a ricoprire un ruolo fondamentale nell’educazione alimentare per il bambino. L’imitazione dei compagni diventa uno
strumento essenziale per sperimentare o consolidare delle buone abitudini
alimentari. Scuola e Famiglia, come pilastri dell’educazione, devono essere
aperti all’informazione e alla comunicazione reciproca in modo che le
indicazioni per i piccoli e per i ragazzi siano chiare e univoche.
Abbiamo
dunque sottolineato quanto sia importante che i genitori siano dei veri e
propri educatori nell’alimentazione e per questo è bene conoscere le basi per
una sana alimentazione, riconoscere le porzioni corrette e gli abbinamenti
migliori per assumere i nutrienti necessari per l’organismo, in ogni fase della
vita. Come comportarsi a casa? Ecco alcuni suggerimenti
per impostare fin da subito delle buone regole a tavola per tutta la famiglia:
- suddividere i pasti in 5 momenti nell’arco del giorno (colazione,
spuntino, pranzo, merenda, cena);
- assumere
tutti i macro- e micronutrienti fondamentali per l’organismo (carboidrati,
proteine, grassi, vitamine e minerali).
- consumare
almeno 3-4 porzioni al giorno di frutta e verdura;
- bere
molta acqua, ma evitare le bevande zuccherate (succhi e bevande gassate);
- ridurre
i grassi e il sale a tavola, quindi limitare: salumi, fritti, condimenti,
dolci elaborati;
- prediligere
cibi freschi e genuini, limitando il consumo di alimenti confezionati
ricchi di conservanti e grassi modificati (merendine, snack salati, piatti
pronti confezionati e preparati per brodo);
-privilegiare le
cotture salutari come la cottura a vapore che preserva il gusto naturale
degli alimenti e le loro proprietà nutrizionali;
- praticare con
regolarità attività fisica;
- evitare
di assumere cibo davanti a TV e PC in quanto in questo modo viene alterata
la percezione di sazietà (si tende a mangiare molto di più e tendenzialmente si
prediligono snack confezionati).
Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it
Intolleranze alimentari e allergie
Secondo la Società Statunitense di Allergologia e
Accademia Europea Di Allergologia e Immunologia Clinica le reazioni avverse
ai cibi si possono classificare come segue: allergie alimentari (reazioni
immunologiche); intolleranze alimentari (reazioni metaboliche); intossicazioni
alimentari (reazioni a sostanze tossiche).
Facciamo un po’ di chiarezza definendo le caratteristiche principali
delle allergie e delle intolleranze alimentari.
Le allergie si sviluppano in seguito ad una situazione di stress
del sistema immunitario e ad una risposta anticorpale incontrollata.
Generalmente vengono coinvolte le immunoglobuline E (IgE) e i tempi di risposta
sono immediati (reazione in pochi minuti). La risposta infiammatoria è
solitamente potente e acuta, e i rischi per la salute sono immediati. Di solito
la reazione non è dose-dipendente (bastano pochi gr di sostanza o un contatto
fugace per scatenare la risposta immunitaria). Le intolleranze alimentari si
presentano in genere in risposta ad una alterazione metabolica e sono in grado
di attivare le immunoglobuline A e G (IgA e IgG) (anche se in alcuni casi sono
state riconosciute anche le intolleranze non IgA o IgG mediate). La risposta
infiammatoria è generalmente lenta (reazione entro 48-72 ore dall’ingestione
dell’alimento) e i rischi per la salute sono a medio e lungo termine. Spesso la
reazione è dose-dipendente (l’organismo tollera un certo quantitativo e
superata questa soglia invia dei segnali di sofferenza).
Come orientarsi in
merito ai test per indagare eventuali allergie o intolleranze? Sicuramente il primo passo è consultare
un professionista che, in base alla sintomatologia e all’anamnesi familiare,
potrà consigliarvi sui passi da seguire.
E’ bene comunque sapere che i principali test per rilevare eventuali
allergie sono i PRICK test (test cutanei preliminari), i RAST test
(indagine degli anticorpi (IgE) specifici contro gli allergeni sospettati) o i PATCH
test (test cutanei con utilizzo di cerotti). Di solito questi test vengono
prescritti dal medico curante e, soprattutto nei soggetti a rischio, si
consiglia sempre il consulto con un medico allergologo.
Invece per quanto riguarda l’indagine delle intolleranze alimentari vengono
proposti diversi metodi; ecco di seguito le indagini più comuni con specificate
le componenti dell’organismo che vengono analizzate in risposta al contatto con
gli alimenti sospetti: KINESIOLOGIA APPLICATA (forza muscolare); DRIA (forza
muscolare); ELETTROAGOPUNTURA – VEGA TEST (resistenza elettrica); BIORISONANZA
(onde elettromagnetiche); TEST CITOTOSSICO (morfologia leucociti); ALCAT TEST
(diametro dei globuli bianchi).
Al giorno d’oggi dal punto di vista
scientifico è di particolare rilevanza la DIAGNOSI DELLE INTOLLERANZE A
LIVELLO METABOLICO. Per esempio l’indagine dell’attività dell’enzima
lattasi per quanto riguarda la capacità di digerire il lattosio, o l’attività
dell’enzima G6PDH per quanto riguarda la metabolizzazione di fave e alcuni
farmaci (favismo), o l’attività dell’enzima aldolasi B per quanto riguarda la
corretta digestione del fruttosio.
Oltre ai test di laboratorio più comuni (es. Breath test per il lattosio
o il dosaggio sierico di specifici enzimi), è bene sapere che la ricerca al
giorno d’oggi ci offre la possibilità di analizzare il DNA. La Nutrigenetica
è infatti la scienza che studia il ruolo delle caratteristiche genetiche
individuali (polimorfismi genetici) nella risposta ai diversi fattori dietetici
.
Il test genetico ha il grande vantaggio di non essere invasivo (quindi
molto valido per effettuare screening sui bambini) e permette con certezza di
determinare la predisposizione individuale a intolleranze alimentari o a
carenze metaboliche, così da proporre adeguate integrazioni alimentari e
ridurre in modo decisivo il rischio di patologia. Inoltre andando ad analizzare
un elemento proprio del codice genetico personale dà un risultato definitivo. Negli
adulti, ma ancor più nei piccoli, questo approccio non invasivo consente di
regolare l’alimentazione lavorando sulla prevenzione piuttosto che
sull’intervento terapeutico.
Laura
Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it
Surgelato o congelato?
Esistono diverse procedure per proteggere gli alimenti e
conservare le loro caratteristiche in termini di odore, colore, consistenza e
sapore. In ambito domestico generalmente si ricorre alla conservazione mediante
basse temperatura: refrigerazione e congelamento.
Per quanto riguarda il
frigorifero è bene sapere che la temperatura deve essere impostata tra 1 e 4
°C; i tempi di conservazione non sono lunghi (pochi giorni di freschezza). Il congelamento consiste nel portare
gli alimenti a basse temperature (-5/-12 °C) o molto basse (-30/-40 °C) e la
conservazione del prodotto è nell’ordine di 1-3 mesi. Nel congelamento lento l’alimento viene portato a -5/-12 °C in tempi
lunghi (anche oltre le 48 ore) e si formano dei grossi cristalli di ghiaccio
che, nella fase di scongelamento, possono causare la rottura delle strutture e
quindi la perdita di liquidi e di alcuni nutrienti. Nel congelamento rapido o surgelamento (-30/-40 °C in poche ore) si
formano dei cristalli più piccoli che non danneggiano la struttura degli
alimenti e vengono preservate le caratteristiche nutrizionali.
Al giorno d’oggi moltissime famiglie acquistano i prodotti
freschi che conservano grazie al congelamento o si procurano direttamente i
prodotti surgelati. In generale i prodotti congelati o surgelati in ambito
domestico devono essere conservati ad
una temperatura uguale o leggermente inferiore a -18°C.
Gli alimenti surgelati e congelati generalmente presentano
caratteristiche simili a quelle del prodotto fresco ma sono più sensibili alle
aggressioni microbiche e diventa importante la garanzia del mantenimento della catena del freddo (gli alimenti
dovrebbero mantenere la temperatura adeguata anche in fase di trasporto e di
conservazione). Di seguito alcuni suggerimenti in merito all’acquisto di
prodotti surgelati:
-
evitare
di acquistare i prodotti surgelati all’inizio della spesa, ma posizionarli nel
carrello pochi istanti prima di avvicinarsi
alle casse;
-
controllare
la data di scadenza e se le
confezioni sono in buono stato;
-
la
confezione non dovrebbe presentare brina
in superficie e gli alimenti (soprattutto ortaggi) non dovrebbero essere in
un unico blocco (sarebbe indice di un parziale scongelamento e poi
ricongelamento);
-
una
volta acquistati i prodotti è bene posizionarli in contenitori a temperatura controllata (o recipienti isotermici);
-
appena
arrivati a casa porre i surgelati nel
freezer.
Per quanto riguarda gli alimenti surgelati e scongelati un
altro momento importante per non degradare le proprietà dei cibi è lo
scongelamento. In casa il metodo migliore è lo scongelamento in frigorifero o a temperatura ambiente. Invece si
sconsiglia di immergere gli alimenti in acqua calda perché il processo troppo
rapido porterebbe all’alterazione delle strutture o da evitare anche le
temperature troppo elevate nel forno microonde che darebbero origine ad una
cottura superficiale dell’alimento. E’ bene infine tenere presente che alcuni
prodotti non necessitano di uno scongelamento completo, per esempio alcuni
ortaggi da cuocere possono essere cucinati parzialmente o ancora congelati.
Ecco infine alcuni consigli pratici per un corretto processo
di congelamento domestico:
-
preparare
gli alimenti pulendo bene tutte le parti
e porzionandoli;
-
rispettare le norme igieniche (mani pulite, superfici di lavoro
pulite, attrezzature adeguate, utilizzare guanti monouso in caso di ferite, …);
-
posizionare
gli alimenti da congelare in specifici
contenitori impermeabili, in sacchetti gelo, o in fogli di alluminio;
-
etichettare
i prodotti conservati indicando la data
di congelazione;
-
controllare regolarmente la
temperatura del freezer e verificare che non ci siano accumuli di ghiaccio che ostacolano la
corretta circolazione di aria fredda;
-
utilizzare i prodotti congelati entro
3 mesi (1 mese per
carne e pesce);
-
se un prodotto viene scongelato (anche involontariamente per
black-out elettrico di almeno 3-4 ore)
deve essere consumato entro 24 ore. Non è bene ricongelare un alimento
scongelato.
Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it
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