lunedì 1 aprile 2019

Fibromialgia e dieta




"La sindrome fibromialgica è una forma reumatoide associata a dolore muscolare scheletrico diffuso e affaticamento che colpisce circa 2 milioni di italiani".
L'origine non è ben nota e sicuramente multifattoriale, la diagnosi spesso complessa più che altro perchè i sintomi possono essere sottovalutati o erroneamente associati ad altre patologie.
I sintomi principali riferiti sono: dolore a muscoli, tendini, legamenti (con sede localizzata ma spesso diffuso a tutto il corpo) e malessere generale, astenia (affaticamento), disturbi del sonno, cambiamenti del tono dell'umore, cefalea, ansia, alvo irregolare.
I trattamenti sono spesso farmacologici, con il suggerimento di esercizi e tecniche di rilassamento per allentare la tensione muscolare.

Sebbene come anticipato la causa scatenante della fibromialgia non sia del tutto nota, diversi studi scientifici hanno valutato alterazioni a carico dei neurotrasmettitori e dei recettori del sistema nervoso.
Secondo un recente studio con ampia bibliografia (1) la dieta si potrebbe rivelare utile per attenuare i sintomi, proprio in relazione alla correlazione con la risposta dei neurotrasmettitori e dei recettori.

Alimenti da evitare: Glutammato e Aspartame. Quindi ridurre carne ed evitare alimenti confezionati o con additivi generici (no: proteine idrolizzate, salsa di soia, sughi di pesce, dadi, aromi generici).

Elementi da privilegiare: Magnesio (cereali integrali, legumi, cacao, frutta essiccata come datteri e fichi), Zinco (semi oleaginosi come semi di zucca o di sesamo, cacao, frutta secca a guscio noci e nocciole), Vitamina B6 (carne, frutta secca, legumi, lievito di birra), Omega 3 (pesce soprattutto merluzzo, sardine, aringhe, sgombro, salmone e tonno, semi di lino, frutta secca a guscio)

Per contrastare stress ossidativo: Vitamina E (semi oleaginosi, verdure a foglia verde come spinaci, broccoli, biete, frutta secca a guscio) e Vitamina C (agrumi, kiwi, fragole, fave, piselli), Polifenoli (tè verde, frutta e verdura).



(1) The role of diet in the treatment of fibromyalgia. K. Holton, Research Gate, Giugno 2016

Per info e approfondimenti: https://sindromefibromialgica.it


Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it

giovedì 14 febbraio 2019

La Dieta Chetogenica


Innanzitutto ringrazio due colleghi che mi hanno accompagnato nel mondo della cheto dieta attraverso i loro libri, ricchi di approfondimenti e rimandi scientifici ma anche di pratiche ricette utili per il regime cheto. Grazie al Dr. Maurizio Tommasini autore di ‘La ChetoDieta’ e alla Dr.ssa Chiara Usai coautrice di ‘La Cheto Cucina di Maryann'.

La chetogenica è uno dei protocolli dietetici maggiormente studiati ed è stata riformulata in diverse altre diete diventate commercialmente più disponibili ma anche più pericolose e per questo criticate. In realtà il protocollo originale si bassa fondamentalmente su un preciso rapporto tra grassi e somma di proteine e zuccheri. Questo rapporto può variare a seconda degli obiettivi da raggiungere e delle caratteristiche fisiologiche del paziente a cui viene proposto.

Il concetto fondamentale della dieta chetogenica è la riduzione significativa dei carboidrati in favore delle proteine e dei grassi. In questo modo il metabolismo dell’organismo viene spinto a utilizzare come fonte energetica i depositi di acidi grassi, invece del glucosio in circolo o nei depositi (carburante d’elezione per il corpo).
Quando gli organi e i tessuti si trovano senza glucosio disponibile, riescono a ricavare energia da acidi grassi e chetoni*. Nei primi giorni in cui si segue la dieta chetogenica l’organismo tende a consumare acidi grassi e chetoni. Man mano che passano i giorni e le settimane tende a prevalere il consumo di acidi grassi rispetto ai chetoni (quindi tende ad accelerare il processo di dimagrimento).
Vantaggi della dieta chetogenica supportati da studi scientifici:
- perdita peso
- riduzione massa grassa e preservazione della massa magra
- miglior controllo della fame
- effetti positivi sui valori della glicemia e colesterolo/trigliceridi
- attenuazione emicranie
- attenuazione sintomi della sindrome metabolica (ovaio policistico per esempio)
- trattamento epilessia
- trattamento di alcune malattie degenerative
Eventuali effetti indesiderati:
Una delle poche criticità che vengono segnalate è la possibilità di accusare nei primi giorni di dieta mal di testa e spossatezza. Un fenomeno transitorio che indica proprio l’adattamento del corpo alla condizione di chetosi.


*I corpi chetonici sono sostanze che si formano normalmente dal metabolismo degli acidi grassi e il loro destino è di essere utilizzati per produrre energia in diversi tessuti. Quando però la concentrazione di queste sostanze diventa elevata si definisce la condizione di chetosi (diversa dalla chetoacidosi legata ad alcune patologie per esempio). L’organismo si trova in chetosi dopo qualche giorno di dieta chetogenica o in condizioni di digiuno o dopo un esercizio fisico intenso e prolungato. Il corpo contrasta la presenza in eccesso di corpi chetonici eliminandoli attraverso le urine.

Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it

lunedì 3 settembre 2018

Il cibo come piacevole necessità


“La ricerca del cibo rappresenta la più ancestrale spinta vitale (…). Mangiamo per soddisfare un impulso: il piacere è la ricompensa e la sazietà induce la gratificazione del soddisfacimento del desiderio. Ecco che mangiare diventa una piacevole necessità.”1 O così dovrebbe essere.

Per preservare lo stato di salute o per inseguire una precisa immagine corporea, spesso vengono evitati alcuni alimenti, si limita il consumo di altri, arrivando a sospendere il piacere legato al mangiare, mettendo alla prova quotidianamente e spingendo spesso al limite il proprio autocontrollo.

Ma bisogna fare attenzione ed evitare che il corpo diventi il campo di battaglia di un conflitto tra il piacere procurato appunto dal cibo e la necessità di controllo.

"Se la ricerca del cibo è una spinta vitale arcaica, con forte valenza emotiva, un impulso elementare per la sopravvivenza dell'individuo, (...) la privazione del cibo anche volontariamente accettata, viene vissuta dal sistema emozionale come una minaccia all'integrità biologica. L'eclissi del controllo volontario del senso di fame, imposto dalla dieta, viene a configurarsi, in questo senso, come una strategia di sopravvivenza in risposta a una minaccia. Il fallimento dell'approccio dietetico restrittivo ha portato il mondo medico e scientifico a rimettere in discussione le proprie posizioni, spostando l'attenzione da un semplice controllo dell'apporto nutrizionale basato sul calcolo matematico dell'introito calorico, agli stili di vita, implicando una considerazione degli aspetti psico-emozionali."2


Inoltre a livello fisiologico se si riduce l'apporto di cibo in maniera troppo restrittiva e repentina, i consumi energetici tendono ad adattarsi riducendosi al minimo. In pratica il corpo per sopravvivenza consuma poco perchè riceve poco cibo e tende a rilasciare con fatica le rassicuranti riserve adipose.


Ecco perchè è così difficile imporsi di stare a dieta semplicemente dicendosi 'da domani mangio poco' e perchè è così importante accompagnare l'organismo progressivamente e in maniera calibrata verso un apporto calorico adeguato.


Per ritrovare equilibrio e salute è molto più realistico ed efficace affidarsi ad un lavoro integrato su corpo e mente, cercando un sostenibile equilibrio tra piacere e ricerca del benessere, una vera e propria rieducazione alimentare che deve coinvolgere l’individuo nella sua totalità.

Sicuramente è importante prendere confidenza con dei ritmi alimentari regolari, distinguere gli alimenti più salutari e riconoscere le porzioni adeguate per il proprio metabolismo. Ma non bisogna dimenticare di vivere al meglio il momento del pasto affinchè non venga messa alla prova l’esperienza piacevole che ricerchiamo istintivamente davanti alla tavola.


E’ bene quindi trovare il tempo per creare un rito gradevole e rassicurante: dalla scelta degli alimenti alla preparazione del pasto, facendo di ogni esperienza nutritiva un’esperienza sensoriale significativa. Valorizzare la semplicità e la frugalità non deve essere sinonimo di imposizione e di frustrazione. La chiave di una buona dieta è che sia un programma personalizzato, che si possa mantenere nel tempo ritrovando il significato di una piacevole necessità.


1,2 Le mani in pasta. Laura Della Ragione e Paola Antonelli



Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista

www.laurasciaccanutrizionista.it 

domenica 28 gennaio 2018

Dolce o salato? Personalità e gusti alimentari.

''De gustibus non est disputandum'': il detto latino che si può tradurre come ''Tutti i gusti sono gusti'', riconosce la legittimità dei più diversi orientamenti nelle scelte alimentari e nelle preferenze dei cibi.Questa libertà si manifesta nella grande diversità di abitudini tra le culture e tra individui diversi.Ma le nostre preferenze alimentari sono dettate da motivazioni esclusivamente funzionali (cerchiamo gli alimenti che servono all'organismo) o riflettono la nostra psicologia individuale, il nostro stile di vita, la nostra personalità?
In particolare per quanto riguarda il ruolo svolto dagli aspetti psicologici e quindi dalle variabili di personalità possiamo sottolineare che già dal 1943, con il lavoro di Lewin, si iniziò a cercare di identificare come si modificavano le abitudini alimentari in relazione alle esigenze del periodo bellico. Negli anni successivi, soprattutto negli Stati Uniti, hanno avuto grande rilevanza gli studi sull'alimentazione legati in particolare ai disturbi alimentari. In seguito, le numerose ricerche sviluppate negli anni '80 e '90, hanno evidenziato che la formazione delle preferenze e abitudini in ambito alimentare è il risultato di un complesso sistema di elaborazione personale, le cui molteplici componenti comprendono le caratteristiche sensoriali degli alimenti, la qualità, gli aspetti salutistici, la varietà e la novità, il costo, le abitudini familiari e le considerazioni etiche.
Considerando in modo specifico il ruolo svolto dalle caratteristiche sensoriali ed in particolare dal gusto, è bene sottolineare che i vari gusti evocano contesti emozionali abbastanza diversificati, che possono trovare maggiore o minore rispondenza con disposizioni sogettive diverse. Il dolce è tenero e infantile, il piccante è stimolante e attivante, il salato e l'acido danno una sensazione forte che si estende all'ambito dell'aggressività, l'amaro si associa spesso a spunti depressivi ed espiatori (la medicina per essere percepita come efficace spesso deve essere amara...).
In particolare per quanto riguarda l'orientamento verso il gusto dolce o salato, secondo una ricerca condotta negli anni '80 dagli studenti di Psicologia dell'Università Cattolica di Milano, sembra associarsi a tratti di personalità e stili di vita ben differenziati.
Da quanto emerso, chi preferisce il salato ha generalmente più energia, assertività, dinamismo, estroveresione, intraprendenza; da un punto di vista relazionale è caratterizzato da tratti come decisione, sicurezza di sè, autonomia, franchezza; sembra avere un atteggiamento più razionale-funzionale verso l'alimentazione e cerca gratificazione attraverso cibi croccanti con tonalità gustative decise e vivaci. I cibi salati vengono consumati di preferenza in compagnia di amici o in famiglia.
Chi preferisce il dolce, più spesso mostra codici di tipo femminile, improntati all'affiliazione, alla dipendenza, alla ricerca di un contesto caldo e protettivo, alla donatività (il regalo alimentare è tipicamente costituito da dolci), con una certa tendenza all'introversione e alla ricerca di apporti consolatori. L'alimentazione è in queto caso maggiormente caricata di valenze emozionali e vengono ricercate sensazioni intense ma tranquille, calde e avvolgenti, spesso con connotazione di trasgressione e di regressione infantile. I cibi dolci tendono ad essere consumati da soli in misura superiore a quelli salati.

Tratto da ''Tipi d'oggi - Profili psicologici di ordinaria bizzaria'' Dogana F.

Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it

lunedì 26 settembre 2016

Il gusto: come si sviluppa e come influenza le nostre scelte alimentari





Cosa influenza la nostra percezione del cibo? Le caratteristiche legate strettamente agli alimenti come sapori, profumi, temperature e consistenze, colori e aspetto, ma anche tutte le sensazioni che accompagnano ogni esperienza nutrizionale come per esempio suoni, abitudini, esperienza pregressa, emozioni e stato d’animo. Il sapore di un alimento non è infatti una modalità sensoriale definita: le papille gustative mediano la cosiddetta "sensazione gustativa" o gusto di un alimento, ma in realtà si tratta di una percezione cosciente che integra le modalità sensoriali del gusto e dell’olfatto, e le caratteristiche ambientali in cui si vive l’esperienza.
Se pensiamo alle differenti abitudini culturali in ambito nutrizionale (per esempio cibi più saporiti e piccanti in India o nel Sud America), possiamo facilmente renderci conto come le papille gustative siano in grado di abituarsi a certi sapori che diventano familiari e come invece vengano stimolate sempre da sapori nuovi o inconsueti. Ponendo attenzione all’educazione alimentare rivolta ai bambini ma anche agli adulti in ambito riabilitativo è estremamente interessante rendersi conto che le papille gustative possono essere ‘’educate e ri-educate’’ ai sapori.
Ma vediamo come si sviluppa appunto il gusto.
Gli organi di senso si sviluppano già a 8 settimane di gestazione e alcuni studi hanno mostrato che stimolando i recettori del gusto si registrano delle specifiche reazioni in termini di espressioni facciali in un feto di appena 27-28 settimane. Quindi si può affermare con certezza che già nel grembo materno il bambino è esposto a diversi gusti:  i composti che hanno sapore sono presenti in ciò che mangia la mamma e passano nel liquido amniotico alimentando il feto. Se il piccolo viene abituato a determinati sapori una volta nato tenderà a prediligere quei sapori, per cui l’educazione gustativa del nascituro comincia già nell’utero materno.
Anche il latte materno, come il liquido amniotico, ha la caratteristica di conservare e trasmettere al piccolo le caratteristiche organolettiche dei cibi ingeriti dalla mamma. Alcuni studi evidenziano come i bambini allattati al seno, essendo abituati ad un più ampio spettro di gusti (derivanti appunto dalla dieta della mamma), siano più propensi ad accettare un nuovo vegetale alla prima presentazione durante lo svezzamento rispetto ai bambini allattati artificialmente (anche se nutriti con bevande addizionate di varie sostanze).
I bambini tendenzialmente hanno una predilezione per il dolce, il grasso e il salato e una netta repulsione per l’amaro e l’astringente (per questo tendono a rifiutare le verdure).  Ma è bene sapere che tra i 6 e i 12-18 mesi si possono stimolare nella maniera più opportuna i recettori gustativi del piccolo e ampliando il suo orizzonte gustativo si potrà abituare il bambino alla varietà nel sapore e quindi alla varietà del contenuto nutritivo dei cibi. Proporre presto le verdure più varie aiuta per esempio a rendere familiare il gusto amaro, così come quello aspro utilizzando la frutta fresca e naturale. Tra i 18-24 mesi si presenta quella che viene definita ‘neofobia alimentare’, il piccolo tende a delineare i propri gusti e tendenzialmente rifiuta nuove proposte. In questa fase è bene non assecondare esclusivamente le certezze richieste dal bimbo ma continuare a proporre una buona varietà di alimenti giocando sulle consistenze, cotture e presentazioni che lo possano incuriosire.
Man mano che il piccolo cresce si arriva al periodo della scolarizzazione, che coincide con l’autonomia nell’alimentazione. In questa fase diventa importantissima l’educazione alimentare, sia a casa che a scuola: ricoprono un ruolo essenziale l’imitazione e quindi l’influenza di compagni e educatori. La sperimentazione a scuola diventa esperienza o consolidamento di abitudini alimentari che agiscono anche sulle pratiche alimentari proprie della famiglia.
Come avviene la maturazione del gusto? Intorno ai 20 anni le papille iniziano a consumarsi e la percezione dei sapori è meno forte: si iniziano ad apprezzare gusti più amari e decisi (es. birra, vino, caffè). Nel corso della vita, a seconda di ogni fase, nei momenti di salute o malattia, nei periodi più stressanti o in relazione ai livelli ormonali ci sono dei momenti in cui le papille gustative sono più sensibili o viceversa che non aiutano la percezione dei sapori. Tutte queste variabili influenzano le scelte alimentari (cibi più piccanti o più elaborati, o viceversa cibi più dolci o semplici,…). Nella terza età generalmente si iniziano ad attenuare gli stimoli sensoriali e diventa ancora più importante non farsi guidare solo dalla ‘gola’ ma ragionare sui cibi e i condimenti che fanno meglio all’organismo.
Ovviamente, per quanto detto prima, se nel corso della vita l’individuo ha mangiato vario sarà più facile che il pannello di scelte sarà più ampio e più sicuro per il benessere dell’organismo. Ma è bene tenere presente che, in qualsiasi momento della vita e a qualsiasi età, la consapevolezza e la voglia di  sperimentare sono due strumenti che possono sempre aiutare a migliorare le scelte a tavola.

Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it

Un buon rapporto con il cibo si costruisce da piccoli





Una buona educazione alimentare, cioè la costruzione di un sano rapporto con il cibo e la proposta delle migliori scelte a tavola, è fondamentale per tutto il periodo dell’infanzia, a partire dallo svezzamento fino all’adolescenza.
Sempre più spesso in ambito scientifico si sottolinea quanto le abitudini alimentari acquisite durante l’infanzia abbiano un’influenza diretta sul metabolismo dei bambini. Ecco che diventa essenziale indicare ai piccoli le corrette scelte nutrizionali in modo da prevenire alterazioni metaboliche e patologie correlate (disfunzioni ormonali, sindrome metabolica, diabete, ipertensione, …) e i disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, …).
Cosa influenza l’acquisizione delle abitudini alimentari nel bambino? L’ambiente in cui il piccolo vive (famiglia e scuola), le caratteristiche culturali del Paese di origine e infine una componente personale di base caratteriale (apertura alle novità e alla sperimentazione) o genetica (presenza di allergie o intolleranze per esempio).
Per quanto riguarda l’ambiente in cui cresce il piccolo bisogna considerare che fin dai primi mesi per ogni bambino la mamma e il papà sono il principale punto di riferimento, anche per quanto riguarda l’alimentazione. Spesso le prime scelte alimentari dedicate al piccolo sono bilanciate e controllate dal Pediatra ma è bene tenere presente, soprattutto man mano che il bimbo cresce, che è proprio a partire da quello che la mamma e il papà mangiano durante la giornata, dalle reazioni che i genitori hanno a tavola (atteggiamento sereno o ansioso, deciso o irritato) e dalle regole che vengono impostate in famiglia, che il bambino costruisce il suo rapporto con il cibo.
Durante la crescita anche la scuola arriva a ricoprire un ruolo fondamentale nell’educazione alimentare per il bambino. L’imitazione dei compagni diventa uno strumento essenziale per  sperimentare o consolidare delle buone abitudini alimentari. Scuola e Famiglia, come pilastri dell’educazione, devono essere aperti all’informazione e alla comunicazione reciproca in modo che le indicazioni per i piccoli e per i ragazzi siano chiare e univoche.
Abbiamo dunque sottolineato quanto sia importante che i genitori siano dei veri e propri educatori nell’alimentazione e per questo è bene conoscere le basi per una sana alimentazione, riconoscere le porzioni corrette e gli abbinamenti migliori per assumere i nutrienti necessari per l’organismo, in ogni fase della vita. Come comportarsi a casa? Ecco alcuni suggerimenti per impostare fin da subito delle buone regole a tavola per tutta la famiglia:
 - suddividere i pasti in 5 momenti nell’arco del giorno (colazione, spuntino, pranzo, merenda, cena);
- assumere tutti i macro- e micronutrienti fondamentali per l’organismo (carboidrati, proteine, grassi, vitamine e minerali).
- consumare almeno 3-4 porzioni al giorno di frutta e verdura;
- bere molta acqua, ma evitare le bevande zuccherate (succhi e bevande gassate);
- ridurre i grassi e il sale a tavola, quindi limitare: salumi, fritti, condimenti, dolci elaborati;
- prediligere cibi freschi e genuini, limitando il consumo di alimenti confezionati ricchi di conservanti e grassi modificati (merendine, snack salati, piatti pronti confezionati e preparati per brodo);
-privilegiare le cotture salutari come la cottura a vapore che preserva il gusto naturale degli alimenti e le loro proprietà nutrizionali;
- praticare con regolarità attività fisica;
- evitare di assumere cibo davanti a TV e PC in quanto in questo modo viene alterata la percezione di sazietà (si tende a mangiare molto di più e tendenzialmente si prediligono snack confezionati).

Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it

Intolleranze alimentari e allergie





Secondo la Società Statunitense di Allergologia e Accademia Europea Di Allergologia e Immunologia Clinica le reazioni avverse ai cibi si possono classificare come segue: allergie alimentari (reazioni immunologiche); intolleranze alimentari (reazioni metaboliche); intossicazioni alimentari (reazioni a sostanze tossiche).
Facciamo un po’ di chiarezza definendo le caratteristiche principali delle allergie e delle intolleranze alimentari.
Le allergie si sviluppano in seguito ad una situazione di stress del sistema immunitario e ad una risposta anticorpale incontrollata. Generalmente vengono coinvolte le immunoglobuline E (IgE) e i tempi di risposta sono immediati (reazione in pochi minuti). La risposta infiammatoria è solitamente potente e acuta, e i rischi per la salute sono immediati. Di solito la reazione non è dose-dipendente (bastano pochi gr di sostanza o un contatto fugace per scatenare la risposta immunitaria). Le intolleranze alimentari si presentano in genere in risposta ad una alterazione metabolica e sono in grado di attivare le immunoglobuline A e G (IgA e IgG) (anche se in alcuni casi sono state riconosciute anche le intolleranze non IgA o IgG mediate). La risposta infiammatoria è generalmente lenta (reazione entro 48-72 ore dall’ingestione dell’alimento) e i rischi per la salute sono a medio e lungo termine. Spesso la reazione è dose-dipendente (l’organismo tollera un certo quantitativo e superata questa soglia invia dei segnali di sofferenza).
Come orientarsi in merito ai test per indagare eventuali allergie o intolleranze? Sicuramente il primo passo è consultare un professionista che, in base alla sintomatologia e all’anamnesi familiare, potrà consigliarvi sui passi da seguire.
E’ bene comunque sapere che i principali test per rilevare eventuali allergie sono i PRICK test (test cutanei preliminari), i RAST test (indagine degli anticorpi (IgE) specifici contro gli allergeni sospettati) o i PATCH test (test cutanei con utilizzo di cerotti). Di solito questi test vengono prescritti dal medico curante e, soprattutto nei soggetti a rischio, si consiglia sempre il consulto con un medico allergologo.
Invece per quanto riguarda l’indagine delle intolleranze alimentari vengono proposti diversi metodi; ecco di seguito le indagini più comuni con specificate le componenti dell’organismo che vengono analizzate in risposta al contatto con gli alimenti sospetti: KINESIOLOGIA APPLICATA (forza muscolare); DRIA (forza muscolare); ELETTROAGOPUNTURA – VEGA TEST (resistenza elettrica); BIORISONANZA (onde elettromagnetiche); TEST CITOTOSSICO (morfologia leucociti); ALCAT TEST (diametro dei globuli bianchi).
Al giorno d’oggi dal punto di vista scientifico è di particolare rilevanza la DIAGNOSI DELLE INTOLLERANZE A LIVELLO METABOLICO. Per esempio l’indagine dell’attività dell’enzima lattasi per quanto riguarda la capacità di digerire il lattosio, o l’attività dell’enzima G6PDH per quanto riguarda la metabolizzazione di fave e alcuni farmaci (favismo), o l’attività dell’enzima aldolasi B per quanto riguarda la corretta digestione del fruttosio.
Oltre ai test di laboratorio più comuni (es. Breath test per il lattosio o il dosaggio sierico di specifici enzimi), è bene sapere che la ricerca al giorno d’oggi ci offre la possibilità di analizzare il DNA. La Nutrigenetica è infatti la scienza che studia il ruolo delle caratteristiche genetiche individuali (polimorfismi genetici) nella risposta ai diversi fattori dietetici .
Il test genetico ha il grande vantaggio di non essere invasivo (quindi molto valido per effettuare screening sui bambini) e permette con certezza di determinare la predisposizione individuale a intolleranze alimentari o a carenze metaboliche, così da proporre adeguate integrazioni alimentari e ridurre in modo decisivo il rischio di patologia. Inoltre andando ad analizzare un elemento proprio del codice genetico personale dà un risultato definitivo. Negli adulti, ma ancor più nei piccoli, questo approccio non invasivo consente di regolare l’alimentazione lavorando sulla prevenzione piuttosto che sull’intervento terapeutico.


Laura Sciacca, Biologa Nutrizionista
www.laurasciaccanutrizionista.it